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L'università truccata : gli scandali del malcostume accademico, le ricette per rilanciare l'università /

by Perotti, Roberto [aut].
Material type: materialTypeLabelBookSeries: Gli struzzi ; 643. Publisher: Torino : Einaudi, c2008Description: ix, 183 p. ; 21 cm.ISBN: 9788806193607 :.Subject(s): Universities and colleges -- Italy -- Administration | Universities and colleges -- Corrupt practices -- ItalyOnline resources: Table of contents only Subject: L'università italiana sta morendo di nepotismo, scarsa selezione nel vagliare il corpo docente, mancanza di incentivi alla produzione scientifica, incapacità di individuare prospettive da seguire da parte di chi ha il compito di governarne l'evoluzione. L'università italiana non è produttiva né equa, non facilitando la mobilità sociale. Praticamente ogni ministro ha legato il proprio nome a una rivoluzione dell'università, suscitando dibattiti infiniti su ogni comma di legge. Ma un osservatore esterno che guardasse ai risultati invece che ai mille rivoli delle normative non si accorgerebbe di nulla. Ciò che serve è una cosa sola: abbandonare l'illusione di poter controllare tutto dal centro e introdurre invece un sistema di incentivi e disincentivi efficaci. Questo saggio è la fotografia impietosa di una catastrofe educativa che pesa sul futuro dell'Italia. Ma anche la coraggiosa proposta di alcune riforme semplici e radicali, per rompere definitivamente con decenni di palliativi. Un sistema dove sia nell'interesse stesso degli individui cercare di fare buona ricerca e buona didattica ed evitare comportamenti clientelari. Un sistema in cui ogni ateneo possa fare quello che vuole, ma dove chi sbaglia sia chiamato a pagare. Un sistema che elimini la straordinaria iniquità attuale, in cui le tasse di tutti finanziano l'università gratuita dei più abbienti. Review: Nell'ormai piuttosto ampio panorama di libri e libelli sulla crisi dell'università italiana, per lo più caratterizzati da una sconfortante carenza di analiticità, il libro di Roberto Perotti poteva positivamente distinguersi. Questa volta è un economista che scrive, e ci si aspetterebbe che, conformemente alla sua disciplina (intesa sia come campo di studio, sia come ethos e metodo), ci venisse offerta una rappresentazione analitica, imparziale e basata su dati "oggettivi". Apparentemente il libro sembra andare proprio in quella direzione: dati che smontano una serie di miti sull'università italiana. Tuttavia ciò è solo molto parzialmente mantenuto (e lo si intuisce già dal titolo stesso, di taglio sensazionalistico): molti dei dati chiamati a sostenere la causa della demistificazione sono usati in modo mistificante. Il primo mito bersaglio di Perotti è il sottofinanziamento dell'università: l'università italiana non è affatto sottofinanziata, anzi è uno dei sistemi meglio e più finanziati al mondo, dopo Stati Uniti, Svizzera e Svezia. Come arriva Perotti a sostenere questa tesi controintuitiva, che ci fa balzare dal ventesimo al quarto posto dei paesi ocse? Correggendo il dato ocse della spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno. Siccome in Italia c'è un'alta percentuale di fuori corso (50 per cento nel 2004 sostiene l'economista, 39 per cento, sempre nello stesso anno, secondo le statistiche ministeriali) che non frequentano l'università, questi non possono essere contati come studenti a tempo pieno. Fatta la correzione, prodotta la mistificazione. Come ha recentemente evidenziato Luciano Benadusi sull'"Unità", tale correzione è arbitraria in quanto "la tabella dell'ocse si basa sulla spesa annua moltiplicata per la durata media degli studi. Pertanto, (…) se il dato italiano sulla spesa annua è sottostimato, quello sulla durata è sovrastimato e i due effetti si bilanciano. Quindi i conti di Perotti non tornano". Ci sono poi i dati Eurydice (basati su dati Eurostat) che calcolano la spesa per studente equivalente a tempo pieno (lo stesso dato che Perotti considera con la sua correzione): l'Italia ha speso nel 2003, anno cui i dati si riferiscono, 7.127 euro a studente, una cifra non distante da quella calcolata dall'ocse e contestata da Perotti. ocse ed Eurostat continuano a sbagliare i calcoli? Oppure sono complici di un complotto orchestrato da Rettori e baroni italiani per avere più soldi? Fatto sta che tra i paesi europei che hanno un Pil pro capite simile al nostro, spendiamo meno di Spagna (7.570), Francia (8.900), Gran Bretagna (9.100), Germania (10.288) e anche della media europea a ventisette paesi (7.898). Inoltre, viene difficile credere che il finanziamento italiano sia superiore a quello inglese, come Perotti sostiene: il nostro finanziamento del 2008 è circa di 7 miliardi di euro, sostanzialmente stabile in termini nominali dal 2003; quello inglese (solo inglese, non britannico) del 2008 è quasi di 10 miliardi di euro. Sappiamo che i dati vanno interpretati, nondimeno alcune interpretazioni restano semplicemente false. Veniamo al secondo (supposto) mito: i docenti hanno troppi studenti. Perotti mostra correttamente come il rapporto docenti di ruolo e studenti sia tra i più alti d'Europa (circa 1 a 30), ma se si considerano i docenti a contratto e anche i ricercatori precari, che comunque svolgono anche compiti didattici, questo rapporto migliora notevolmente (1 a 14). Tutto vero, ma vorrei chiedere a Perotti in quale altro sistema di istruzione superiore la percentuale dei docenti a contratto su quelli di ruolo è pari al 79,8 per cento (48.078 su 60.251), e se aggiungiamo i circa 17.600 ricercatori precari tale percentuale diventa pari al 109 per cento. Dunque, il buon rapporto docenti studenti si realizza solo grazie all'abnorme numero di figure a contratto e precarie; dubito molto che in Inghilterra, paese che ha un rapporto un po' superiore a quello italiano "corretto", ci siano così tanti contrattisti e precari. Terzo mito messo sotto la lente di ingrandimento: non è vero che la corruttela, il nepotismo, il familismo e il patrimonialismo accademici siano casi isolati; al contrario, essi sono un dato strutturale dell'università italiana. A suffragare questa affermazione Perotti presenta dati inquietanti, di cui la Facoltà di economia di Bari è la rappresentazione più chiara. Non metto in dubbio la veridicità di quei dati, ma da questi non si può estrapolare che tutta l'accademia, né una sua gran parte siano quel verminaio che l'autore pretende. Docenti universitari che svolgono analisi critiche e supercritiche sull'università italiana sono oggi così numerosi, fra di essi è Perotti, che viene il dubbio come fra baronie tanto corrotte, nepotistiche e patrimonialistiche possa fiorire tanta capacità di critica. Non è dunque a caso, né alla cieca, che il ministro Gelmini e tutto il centrodestra hanno giustificato i tagli ciechi e indiscriminati come il mezzo per ripulire l'accademia dagli sprechi prodotti dal sistema baronale corrotto. L'argomento pseudoscientifico di Perotti ha dato loro il giusto mito mistificante con cui legittimare quell'azione. In questo caso l'autore ha fatto ciò che Weber dice che uno scienziato non dovrebbe mai fare: usare la scienza come spada al servizio della lotta politica. È questo un caso in cui confutare la diagnosi non esclude di essere in accordo con la terapia. Le cose migliori Perotti le scrive nella seconda parte del libro, dedicata alle proposte. Un sistema di valutazione a tutto campo corredato da un sistema efficace ed efficiente di sanzioni positive e negative; innalzare le tasse universitarie e nello stesso tempo utilizzare quell'aumento per fare un maggior numero di borse di studio e introdurre uno schema di prestiti d'onore per coloro le cui famiglie hanno redditi bassi e medio-bassi; investire in residenze per studenti; eliminare micro-atenei fantasma e sedi distaccate; pagare di più all'inizio della carriera accademica i giovani bravi e promettenti, quando cioè la produttività scientifica e la disponibilità a muoversi è più alta, e meno a fine carriera; introdurre una parte variabile dello stipendio dei docenti sulla base di valutazioni della produttività didattica e di ricerca, anziché sulla base di scatti di anzianità nel ruolo automatici. E gli do ragione anche in merito ai concorsi: aboliamoli pure, perché per come sono fatti e per come saranno fatti, certi vizi non spariranno. Che atenei e facoltà siano liberi di reclutare chi vogliono, poi però le persone vengano seriamente valutate e, se il caso, seriamente punite sul piano finanziario. Non occorrono mistificazioni nella parte diagnostica per difendere le prospettive di cambiamento. Il dibattito sull'università ha tutto da guadagnare da un'analisi più sobria dei dati. Massimiliano Vaira
List(s) this item appears in: Fondo Antonino Milazzo
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Location Call number Copy number Status Date due
378.45 P453 (Browse shelf) 1 Available
378.45 P453 (Browse shelf) 2 Available

Includes bibliographical references (p. 179-183).

L'università italiana sta morendo di nepotismo, scarsa selezione nel vagliare il corpo docente, mancanza di incentivi alla produzione scientifica, incapacità di individuare prospettive da seguire da parte di chi ha il compito di governarne l'evoluzione. L'università italiana non è produttiva né equa, non facilitando la mobilità sociale. Praticamente ogni ministro ha legato il proprio nome a una rivoluzione dell'università, suscitando dibattiti infiniti su ogni comma di legge. Ma un osservatore esterno che guardasse ai risultati invece che ai mille rivoli delle normative non si accorgerebbe di nulla. Ciò che serve è una cosa sola: abbandonare l'illusione di poter controllare tutto dal centro e introdurre invece un sistema di incentivi e disincentivi efficaci. Questo saggio è la fotografia impietosa di una catastrofe educativa che pesa sul futuro dell'Italia. Ma anche la coraggiosa proposta di alcune riforme semplici e radicali, per rompere definitivamente con decenni di palliativi. Un sistema dove sia nell'interesse stesso degli individui cercare di fare buona ricerca e buona didattica ed evitare comportamenti clientelari. Un sistema in cui ogni ateneo possa fare quello che vuole, ma dove chi sbaglia sia chiamato a pagare. Un sistema che elimini la straordinaria iniquità attuale, in cui le tasse di tutti finanziano l'università gratuita dei più abbienti.

Nell'ormai piuttosto ampio panorama di libri e libelli sulla crisi dell'università italiana, per lo più caratterizzati da una sconfortante carenza di analiticità, il libro di Roberto Perotti poteva positivamente distinguersi. Questa volta è un economista che scrive, e ci si aspetterebbe che, conformemente alla sua disciplina (intesa sia come campo di studio, sia come ethos e metodo), ci venisse offerta una rappresentazione analitica, imparziale e basata su dati "oggettivi". Apparentemente il libro sembra andare proprio in quella direzione: dati che smontano una serie di miti sull'università italiana. Tuttavia ciò è solo molto parzialmente mantenuto (e lo si intuisce già dal titolo stesso, di taglio sensazionalistico): molti dei dati chiamati a sostenere la causa della demistificazione sono usati in modo mistificante. Il primo mito bersaglio di Perotti è il sottofinanziamento dell'università: l'università italiana non è affatto sottofinanziata, anzi è uno dei sistemi meglio e più finanziati al mondo, dopo Stati Uniti, Svizzera e Svezia. Come arriva Perotti a sostenere questa tesi controintuitiva, che ci fa balzare dal ventesimo al quarto posto dei paesi ocse? Correggendo il dato ocse della spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno. Siccome in Italia c'è un'alta percentuale di fuori corso (50 per cento nel 2004 sostiene l'economista, 39 per cento, sempre nello stesso anno, secondo le statistiche ministeriali) che non frequentano l'università, questi non possono essere contati come studenti a tempo pieno. Fatta la correzione, prodotta la mistificazione. Come ha recentemente evidenziato Luciano Benadusi sull'"Unità", tale correzione è arbitraria in quanto "la tabella dell'ocse si basa sulla spesa annua moltiplicata per la durata media degli studi. Pertanto, (…) se il dato italiano sulla spesa annua è sottostimato, quello sulla durata è sovrastimato e i due effetti si bilanciano. Quindi i conti di Perotti non tornano". Ci sono poi i dati Eurydice (basati su dati Eurostat) che calcolano la spesa per studente equivalente a tempo pieno (lo stesso dato che Perotti considera con la sua correzione): l'Italia ha speso nel 2003, anno cui i dati si riferiscono, 7.127 euro a studente, una cifra non distante da quella calcolata dall'ocse e contestata da Perotti. ocse ed Eurostat continuano a sbagliare i calcoli? Oppure sono complici di un complotto orchestrato da Rettori e baroni italiani per avere più soldi? Fatto sta che tra i paesi europei che hanno un Pil pro capite simile al nostro, spendiamo meno di Spagna (7.570), Francia (8.900), Gran Bretagna (9.100), Germania (10.288) e anche della media europea a ventisette paesi (7.898). Inoltre, viene difficile credere che il finanziamento italiano sia superiore a quello inglese, come Perotti sostiene: il nostro finanziamento del 2008 è circa di 7 miliardi di euro, sostanzialmente stabile in termini nominali dal 2003; quello inglese (solo inglese, non britannico) del 2008 è quasi di 10 miliardi di euro. Sappiamo che i dati vanno interpretati, nondimeno alcune interpretazioni restano semplicemente false. Veniamo al secondo (supposto) mito: i docenti hanno troppi studenti. Perotti mostra correttamente come il rapporto docenti di ruolo e studenti sia tra i più alti d'Europa (circa 1 a 30), ma se si considerano i docenti a contratto e anche i ricercatori precari, che comunque svolgono anche compiti didattici, questo rapporto migliora notevolmente (1 a 14). Tutto vero, ma vorrei chiedere a Perotti in quale altro sistema di istruzione superiore la percentuale dei docenti a contratto su quelli di ruolo è pari al 79,8 per cento (48.078 su 60.251), e se aggiungiamo i circa 17.600 ricercatori precari tale percentuale diventa pari al 109 per cento. Dunque, il buon rapporto docenti studenti si realizza solo grazie all'abnorme numero di figure a contratto e precarie; dubito molto che in Inghilterra, paese che ha un rapporto un po' superiore a quello italiano "corretto", ci siano così tanti contrattisti e precari. Terzo mito messo sotto la lente di ingrandimento: non è vero che la corruttela, il nepotismo, il familismo e il patrimonialismo accademici siano casi isolati; al contrario, essi sono un dato strutturale dell'università italiana. A suffragare questa affermazione Perotti presenta dati inquietanti, di cui la Facoltà di economia di Bari è la rappresentazione più chiara. Non metto in dubbio la veridicità di quei dati, ma da questi non si può estrapolare che tutta l'accademia, né una sua gran parte siano quel verminaio che l'autore pretende. Docenti universitari che svolgono analisi critiche e supercritiche sull'università italiana sono oggi così numerosi, fra di essi è Perotti, che viene il dubbio come fra baronie tanto corrotte, nepotistiche e patrimonialistiche possa fiorire tanta capacità di critica. Non è dunque a caso, né alla cieca, che il ministro Gelmini e tutto il centrodestra hanno giustificato i tagli ciechi e indiscriminati come il mezzo per ripulire l'accademia dagli sprechi prodotti dal sistema baronale corrotto. L'argomento pseudoscientifico di Perotti ha dato loro il giusto mito mistificante con cui legittimare quell'azione. In questo caso l'autore ha fatto ciò che Weber dice che uno scienziato non dovrebbe mai fare: usare la scienza come spada al servizio della lotta politica. È questo un caso in cui confutare la diagnosi non esclude di essere in accordo con la terapia. Le cose migliori Perotti le scrive nella seconda parte del libro, dedicata alle proposte. Un sistema di valutazione a tutto campo corredato da un sistema efficace ed efficiente di sanzioni positive e negative; innalzare le tasse universitarie e nello stesso tempo utilizzare quell'aumento per fare un maggior numero di borse di studio e introdurre uno schema di prestiti d'onore per coloro le cui famiglie hanno redditi bassi e medio-bassi; investire in residenze per studenti; eliminare micro-atenei fantasma e sedi distaccate; pagare di più all'inizio della carriera accademica i giovani bravi e promettenti, quando cioè la produttività scientifica e la disponibilità a muoversi è più alta, e meno a fine carriera; introdurre una parte variabile dello stipendio dei docenti sulla base di valutazioni della produttività didattica e di ricerca, anziché sulla base di scatti di anzianità nel ruolo automatici. E gli do ragione anche in merito ai concorsi: aboliamoli pure, perché per come sono fatti e per come saranno fatti, certi vizi non spariranno. Che atenei e facoltà siano liberi di reclutare chi vogliono, poi però le persone vengano seriamente valutate e, se il caso, seriamente punite sul piano finanziario. Non occorrono mistificazioni nella parte diagnostica per difendere le prospettive di cambiamento. Il dibattito sull'università ha tutto da guadagnare da un'analisi più sobria dei dati. Massimiliano Vaira